Chi sono

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Bergamo, Italy
Mi chiamo Laura Ceresoli e sono una giornalista professionista con una grande passione per la cucina, la musica e la scrittura. Mi sono laureata nel 2002 all'Università di Bergamo alla facoltà di Lingue e letterature straniere con indirizzo in Scienze dell'editoria. Ho iniziato l'attività giornalistica nel 2002 al Nuovo giornale di Bergamo. Dal 2006 al 2010 sono stata redattrice per i quotidiani E polis per le redazioni di Bergamo e Brescia. Ho scritto per varie riviste di settore tra cui “Bergamo Economica”, trimestrale della Camera di Commercio di Bergamo. Nel 2012 ho aperto un ristorante a Nizza. Ho collaborato con L’Eco di Bergamo, con l'edizione bergamasca del “Corriere della Sera” e con il settimanale nazionale “VISTO” . Ho scritto svariati articoli anche per La confederazione, house organ della Siad (Società Italiana Acetilene e Derivati). Scrivo articoli a sfondo culinario per il bimestrale "Affari di Gola" e per la rivista economica on line www.larassegna.it. Collaboro con il settimanale “Bergamo Post”. Nel frattempo il 4 agosto 2009 è nata Margot, la mia splendida bimba, imprescindibile fonte di ispirazione per tutte le mie gustose ricette.

venerdì 16 novembre 2012

Che impresa ridare dignità alla pasta in Francia!


Esistono svariati modi per accompagnare una cotoletta alla milanese. Magari con dei teneri cavolfiori gratinati o con croccanti patate al forno aromatizzate al rosmarino. E invece no, il francese medio, come contorno, preferisce un gomitolo di pasta, magari scondita, così si mischia meglio all'intingolo della carne. Già, perché sforzarsi di trovare originali combinazioni all'italiana quando si può bistrattare un tagliolino e relegarlo da primo sontuoso a banale “garniture”? I nizzardi sanno sempre destabilizzarmi. Immaginate l'espressione di indignazione che si è palesata sul mio volto quando mi sono vista ordinare un ossobuco con tagliatelle al posto della polenta. Ho avuto un attimo di esitazione nell'accettare una simile proposta indecente da parte di quell'uomo di mezza età, ma poi la moglie lo ha subito difeso: “Mon mari adore les pâtes” (Mio marito adora la pasta, ndr). “Sì, ma non presentata in quel modo”, avrei voluto risponderle. Ma poi ho capito che il cliente ha sempre ragione, soprattutto se è francese, altrimenti ti darà del filo da torcere. L'apice dello sconforto è giunto però a fine pasto quando, dopo aver assecondato controvoglia le loro volontà, i due hanno detto di non aver mangiato nulla di eclatante. “Per forza – gli ho spiegato seccata – noi non siamo soliti usare la pasta in bianco come contorno”. In effetti, certi francesi parrucconi dovrebbero imparare a sfidare le loro convenzioni culinarie e venire incontro, senza troppi pregiudizi, ai gusti del Belpaese. Ma non è così facile. Quando cerchiamo di introdurre nel menu qualcosa di più raffinato dei soliti spaghetti, bisogna sempre fornire ai francesi la chiave d'interpretazione. Una sera una ragazza mi ha domandato: “Ma i maccheroni con le lenticchie sono una pasta o che altro? Ma vengono serviti mischiati alle lenticchie oppure i maccheroni sono il contorno delle lenticchie?”. Che confusione! Va bene non sapere cosa sono le trofie o i garganelli, ma ignorare persino l'esistenza dei maccheroni mi sembra troppo. D'altronde, inutile stupirsi. Ogni nazione ha le sue abitudini in fatto di cucina e in Francia la cultura della pasta come piatto principale non è poi così radicata. Mi è bastato dare un'occhiata al menù proposto alla mensa dell'école maternelle che frequenta mia figlia Margot per rendermene conto. Si parte con un'insalata per poi continuare con carne, verdura cotta, formaggio e frutta. Insomma, niente carboidrati. La stessa cosa, a pensarci bene, l'avevo già notata qualche anno fa in occasione del mio matrimonio con Sergio in Costa azzurra. Il ristorante aveva previsto nella carta del nostro banchetto di nozze solo antipasti, secondi e dolce, saltando pari pari la voce “primi”, con grande preoccupazione di mio padre. Ricordo che feci il possibile per far introdurre almeno una pastasciutta nella cena nuziale. Alla fine, però, i proprietari di quel delizioso locale di Eze village gettarono subito la spugna, quasi timorosi di sottoporsi al giudizio di chi, in fatto di pasta, la sa lunga: “Non è proprio il caso di far cucinare delle tagliatelle a uno chef francese”, si giustificarono. E così ci accontentammo di un risotto. La nostra missione alla Milanesina si preannuncia, quindi, ardua. Obiettivo: ridare dignità a quella pasta che i francesi, nella loro megalomania, hanno declassato per anni a banale contorno rannicchiato in un cantuccio del piatto.

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